• 1
  • 2
  • 3

di Luisa Cordova

Ad Amakpapè, alla missione Cuori grandi sono stata una settimana. Giusto il tempo per una occhiata a una vita completamente diversa. Anima e fulcro sono tre donne, suor Patrizia, suor Maristella e Federica. Ciascuna ha il suo ruolo e si completano come orchestra. Capo indiscusso è suor Patrizia, missionaria di grande esperienza, ha vissuto per 17 anni in Hong Kong, poi a Roma si è occupata di formare le nuove generazioni missionarie e infine è partita per il Togo. Ad Amakpapè è arrivata con le altre più o meno tre anni fa. Dove adesso sorge Cuori Grandi, c'era solo foresta. Rapidamente, maniche rimboccate e energia da vendere è nato prima il corpo principale, poi a cascata il castello dell'acqua, indispensabile per vivere laggiù, l'ambulatorio, la scuola, tre piani rosa forse non proprio integrati nell'ambiente, la foresteria e ora in lavorazione c'è la chiesa. Insomma, una cittadella a 800 metri dal villaggio, piccolo e certamente non opulento, in cui la vita è davvero spartana e il superfluo un concetto piuttosto vago. C'è poi Maristella, insegna nella scuola, ma soprattutto si occupa di malati ed emergenze. Conosce tutti, ad Amakpapè come a Lomè, tutti la conoscono e la rispettano. In sostanza, aiuta. E risolve. Sempre. E poi c'è Federica, missionaria laica, look trasgressivo, ha il suo posto nella scuola, ma non si tira indietro se c'è da guidare il camion o il trattore (e anche di ripararli). Anche lei risolve problemi e racconta le storie della missione con penna felice. Quando deve pensare o staccare cavalca la sua bicicletta per chilometri e chilometri anche oltre i dintorni. Nel mio soggiorno ho visto tutte e tre lavorare ed entusiasmarsi, assorbirsi in quello che facevano dimenticando tempo, caldo, e quant'altro. Attorno a loro, una corona di volontari. In numero variabile. Quando sono andata io erano cinque, oltre a Chiara, l'infermiera, una vita in ambulatorio. Gli altri si dividono con rotazione flessibile, tra lavori muscolari, scuola, cucina, emergenze varie. Nel complesso una squadra che funziona e manda avanti routine e futuro. I progetti più sviluppati sono scuola e ambulatorio. In un paese dove il 98 per cento dei bambini è positivo alla malaria, secondo i test fatti da Luca Tortorolo durante la sua campagna pediatrica, di un, chiamiamolo 'punto salute', c'è bisogno assoluto. In quella settimana Luca, e Chiara, l'infermiera, hanno lavorato senza soste dalla mattina alle 8 fino a quasi il tramonto. Molti si erano prenotati da settimane. L'anticamera all'aperto affollatissima e caldissima. Traboccava sempre, non importa quante visite si facciano, quanti siano ascoltati ed esaminati. Aspettavano tutti con pazienza. Vestiti al meglio, non è raro che i figli abbiano completi uguali, ricavati dallo stesso pagne (le pezze con motivi coloratissimi con le quali si confezionano tutti gli abiti). Pianti se ne sentivano pochissimi. Storie terribili invece a gogò. Bambini condannati a non camminare, con braccia offese, malattie della pelle. Piccole storie. Le facce delle madri sono sempre impassibili, anche di fronte a diagnosi che fanno stringere il cuore. Per i bambini molti danni sono dovuti a parti rabberciati in casa o in strutture inadeguate. Il che non attenua il loro dolore e nemmeno la tristezza di sapere che in altrove più fortunati qualche speranza ci sarebbe. Speranza per la piccola di una settimana che ha la displasia grave delle anche. Speranza di recupero perfino al 100 per cento per quella che ha avuto un nervo offeso nella spalla e si deve affidare alla fisioterapia casalinga perché all'ospedale costa troppo. Il piccolo con la distrofia muscolare invece subisce la condanna. Parlano di lui davanti a lui. Chissà se capisce. La mamma non fa una piega. Solo gli occhi diventano più tristi. È sola con due figli, il padre se ne è andato, lei ha portato un'altra donna con sè che fa da traduttrice. Non c'è cura, peggiorerà. Anche Chiara ha difficoltà a dirglielo. Avanti un altro. Una infante, ha una macchia sulla fontanella. Non si è chiusa bene. Ha bisogno di una tac. Qui costa un accidente. All'ospedale più vicino, a Notzè, fanno pagare tutto, guanti, siringhe, ogni medicina. Ma cosa si possono permettere questi poveretti? Non di rado anche il piccolo contributo che doverosamente chiede Cuori grandi è un problema. Anche perché, scopro poco a poco, (anche) qui c'è tutto un giro in nero sulla sanità. Cioè l'infermiere 'di zona' chiede allo stato rifornimenti mensili (gratuiti) inferiori al bisogno. Il resto delle scorte lo compra con i suoi soldi e lo vende a caro prezzo ai malati. Per dire che certi trucchetti fanno presto a diffondersi a livello mondiale. E, naturalmente, ogni volta che visita un paziente gli prescrive di default tutta una serie di medicine inutili, se non dannose, in modo da fare numero (e conto). L'altro punto di forza della missione è la scuola. Adesso c'è anche l'edificio, che è stato inaugurato proprio nei giorni che eravamo lì, il 19 aprile per la precisione. Ben visibile anche da lontano, sembra porsi a punto di riferimento. Geografico e non. Considerando quanti bambini si affollano ovunque, ci vuole proprio. E basta appena per nido, primarie e medie. I ragazzini sono disciplinati, sorridenti e bellissimi. Per inciso, tutti i togolesi, uomini e donne, giovani e vecchi, sono mediamente belli Longilinei e armoniosi. Visi interessanti ed espressivi. Parecchi portano lunghe cicatrici sulle guance. Verticali a segnare l'appartenenza alle regioni del nord, orizzontali quelli che sono nati verso il mare. Durante la cerimonia, che occupa la mattina intera, uomini, donne e bambini cantano e ballano. Le voci sono calde, le facce allegre, i corpi celebrano a ritmo. Più volte si forma la fila di chi vuole lasciare almeno un soldino. O un piatto di frutta. Sono tutti vestiti a festa, coloratissimi. I bambini che frequentano la scuola hanno la divisa, pantaloni o gonna kaki, maglietta verde i più grandi, a quadretti bianchi e rossi la nursery. Ammiro il loro stare composti e seduti tutto quel tempo. Certo, ci sono dei 'sorveglianti' appena più grandi, che, se del caso, fanno gli occhiacci. Intanto all'esterno fin dal presto si addensa gente che si prepara a vendere di tutto un po'. Segno che anche chi non partecipa attivamente alla vita della comunità cattolica, considera la missione un punto di ritrovo e di accoglienza. Il vescovo, comunque, fa da superstar insieme a suor Patrizia. 'La comunità è cresciuta a dismisura nei pochi anni di Amakpapè', osserva Massimo Pavolini che qui è già venuto parecchie volte e, insieme ad Alberto Pietromarchi, può dire senza smentite di essere con Luconlus uno dei 'soci' cardine della missione. Interessante quello che ha raccontato suor Patrizia sullo stato della scuola in Togo. A parte il fatto che le lezioni sono state sospese per un mese per via delle elezioni presidenziali (un voto in ogni caso senza suspence), ci sono parecchi elementi sui quali riflettere. Gli insegnati in Togo guadagnano circa 600 euro l'anno. Hanno classi fino a 120 bambini. Sì, 120, non è un refuso. Il governo aveva fissato un tetto a 50 circa, ma poi ci si è accorti che non c'erano strutture e insegnanti a sufficienza, e il tetto è saltato. Dovrebbe essere sui 70 alunni, ma poi, si sa, facile fare di necessità virtù. Alla missione, comunque, le classi sono un po' più piccole. Per andare a scuola ci vogliono parecchi soldi. A parte un piccolo contributo, solo le elementari sono gratuite. Per il resto si pagano, le pubbliche come le private. La scuola privata elementare costa circa 25mila cfa l'anno, più o meno 40 euro. Libri, quaderni e altri accessori esclusi. Non è un caso, quindi, che alcune case nei villaggi abbiano le lavagne sulla parete esterna, in modo da fare esercizi, compiti a casa e qualche lezione all'aperto. La lavagna sostituisce dunque spesso il quaderno. Più e più volte riutilizzabile. La scuola della missione di Amakpapè, quella che è stata inaugurata durante il nostro soggiorno, ne chiede 5mila, meno di dieci euro. L'anno scolastico, come in Italia, va da settembre a fine giugno. Nelle scuole pubbliche, mi dice la mia fonte che è sempre suor Patrizia, ci possono essere quattro insegnanti per 800 bambini. Poi ci sono gli insegnanti volontari che vanno pagati con i contributi dei genitori. Insomma, una bella confusione che ha portato gli insegnanti a protestare e a beccarsi la qualifica di categoria rivoluzionaria e litigiosa.