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di Luisa Cordova

In Togo per portare la telemedicina a Amakpapè. Dal 18 al 24 aprile 2015. Già prima di partire, vedere e toccare apparecchiature e computer, osservare i dati impilarsi sugli schermi e immaginare l'interfaccia in qualche sperduto villaggio dell'Africa più o meno fonda, fa un certo effetto. Il primo sguardo personale sulla telemedicina è meravigliato. Non per 'i progressi della scienza e della tecnica', che, vabbè, si sanno o si immaginano. No, più per il gran numero di persone che regalano pezzi di tempo, denaro, idee alla non trascurabile causa di aiutare sconosciuti, perdipiù lontanissimi. Il progetto di Telemedicina ad Amakpapè ha avuto tre sponsor: Luconlus, Ght e Nico i frutti del Chicco. Idea e messa in realtà con il know how di Ght, Global Health Telemedicine, la onlus di Michele Bartolo, che si pone il non banale obiettivo di “globalizzare la sanità” e si rivolge a tutti i Paesi del Terzo mondo, ma in pratica è 'specializzato' nell'Africa subsahariana. E con questa nostra 'missione' ha aggiunto il Togo alla collana. La peculiarità è la diagnosi tempestiva dello specialista richiesto nella lingua richiesta. Quindi, niente equivoci per discrepanze di traduzione e risposte in tempi rapidi. Chi chiede aiuto viene a sua volta aiutato a essere preciso da una serie di domande specifiche. Come un questionario precompilato, che esplora anche sintomi che non saltano immediatamente all'occhio e che forse non verrebbero nemmeno collegati al caso senza conoscenze specifiche. Questo perché nei villaggi e nelle missioni annidate nei vari chissà dove, spesso non ci sono medici ma infermieri, anche talvolta rudimentali, mi sa. E così, meglio aiutarli il più possibile a definire e focalizzare. Inoltre, la maggior parte di loro, laurea o non laurea, è sola di fronte al malato, niente consulti, niente scambi di opinione, niente collaborazione. Decisioni spesso difficili da prendere senza alcun conforto. Ecco, dunque, che interviene la Telemedicina che attraverso lo scambio tra gli specialisti in Italia e gli operatori sanitari in loco tesse il filo della cura attraverso lo scambio di informazioni in rete. La procedura di conforto-consulto telematico è scorrevole. Si invia la richiesta, corredata da quante più informazioni ed esami possibili (chessò, elettrocardiogramma, lastre...) ci sono anche corpi umani disegnati dove segnare con frecce e/o altri simboli l'andamento del dolore o del rush cutaneo o quel che è il problema. Insomma, cose semplici per risolvere problemi complessi. L'interesse per il nuovo progetto, nella sperduta Amakpapè è stato enorme. Il tam tam con la campagna pediatrica guidata da Luca Tortorolo ha richiamato moltissime persone da villaggi anche non proprio vicini. Le persone hanno speso tempo e denaro per portare i loro piccoli a farsi vedere. E anche gli adulti che si sono sottoposti alla Telemedicina hanno mostrato grande interesse ed erano tra il meravigliato e il soddisfatto all'idea che così lontano ci si occupasse proprio di loro, caso dopo caso. E infatti, poco a poco l'infermeria è diventata il fulcro per tutti. Il portico affollato di bambini e adulti, per lo più mamme ma anche qualche papà, dava da pensare. Quello spazio fuori della porta sembra avere vita propria. Come il secchio dell'apprendista stregone trabocca e trabocca, non importa quante visite si facciano. Per queste persone ai margini della foresta avere un dottore dedicato anche solo per poco è stato importante. Nei quattro giorni della campagna pediatrica ad Amakpapé, Luca e Chiara hanno realizzato 345 accessi. Il che non vuol dire che abbiano visitato 345 bambini, perché alcuni sono venuti più volte per la cura della malaria, che qui è onnipresente. I risultati dei test della malaria sono al 98 per cento positivi e, anche se ci vogliamo includere qualche falso positivo, indicano per lo meno che c'è parecchio da fare. Per la malaria ovviamente non c'è bisogno della telemedicina, si va in automatico, ma per molte altre cose è davvero preziosa. Insomma, per come l'ho vissuto io, sembra un progetto destinato ad avere un grande futuro. Tra il suo bello c'è anche che rassicura psicologicamente. Non è male per i pazienti di un posto che nemmeno le carte geografiche degnano di uno sguardo sapere che ci sono i medici di Ght, lontanissimi ma connessi, che si occupano dei malati. E, d'altro verso, anche chi cura ha il conforto di un paracadute autorevole. La riflessione sintesi la fa Luca, che nell'ambulatorio ha piantato radici e semi. "Mi pare che la missione sia bene integrata nella realtà locale. Dal punto di vista sanitario trasmettono modelli di comportamento virtuosi. La Luconlus è certamente riferimento e noi, Nico i frutti del Chicco, siamo saliti su questo treno con la telemedicina, che credo sia una idea vincente. Mettendomi nei panni degli operatori sanitari, più spesso infermieri che medici, soli in realtà complicate, anche dal punto di vista psicologico, la telemedicina può aiutare moltissimo. Non è poco per chi sta in trincea tutti i giorni sapere che qualcuno ti aiuta da lontano a fare la cosa giusta". Si riduce così di molto anche quella parte di casi sconosciuti che i medici e gli infermieri locali non trattano perché non sanno come e hanno paura di fare più male che bene. In quattro giorni i teleconsulti sono stati 9, dermatologici e cardiologici per lo più. Il signore che si è presentato con la scabbia, per esempio, è stato televisitato da un dermatologo che ha dato anche la cura. La prossima volta che l'infermiera vedrà la scabbia saprà distinguerla e dare le medicine corrette senza bisogno di teleconsulti. Effetto collaterale non trascurabile. Dopo il mini rodaggio, l'ultimo giorno c'è stato il battesimo dell'iniziativa, con tanto di targa per ringraziare sia Nico i frutti del Chicco che Luconlus e Ght dell'impegno, rinfresco e spumante di buon augurio. Sono venuti anche due medici togolesi a vedere il meccanismo. L'approccio generale direi che è stato molto aperto e positivo. Le potenzialità, secondo me, ancora tutte da sperimentare sul campo.