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Quindici giorni con Titty e Sandro alla Safà

Caro Sandro
eccoci ai saluti dopo 15 giorni giorni insieme a te e Titty (ovvero la scoperta che in Centrafrica si può anche diventare amici fra italiani....) alla Safa. Come sai, in queste due settimane ho cercato di tenere un piccolo diario con le cronache delle nostre giornate. Dirà il tempo se tenerlo per me o destinarlo alla condivisione anche con gli amici della Safa e gli amici di Nico che, insieme a te, mi hanno consentito questa esperienza centrafricana sicuramente straordinaria. Il motivo del mio viaggio è stato di conoscere di venire a conoscere di persona quell'asilo di Nico a cui in tanti insieme abbiamo creduto e che ora, grazie al lavoro tuo e della Safa, è una realtà.

Non sto a dirti (Titti che dice di sapermi leggere dentro potrà sicuramente farlo meglio di me...) quali emozioni possono essersi mosse pensando a Nico qui alla Safa. Riparto per Roma avendo avuto la dimostrazione concreta che ciò che il suo nome rappresenta in questo spicchio di Centrafrica è esattamente quello che l’Associazione creata dalle persone che gli hanno voluto e gli vogliono bene avevano in mente: un ‘frutto del Chicco’. Il risultato di un seme messo a dimora in Italia che il lavoro della vostra missione ha fatto fruttare. Questo, in realtà, lo sapevo già prima della mia partenza. Nè credo che nessuno lo abbia mai dubitato.Le immagini, le voci, i suoni, i colori, la cura meticolosa al limite dell’ossessivo che però ho potuto in questi giorni fotografare dentro di me (sicuramente molto meglio di quanto non accaduto con la sventurata Casio che ha avuto la sfortuna di viaggiare con me...) sono stato un altro regalo prezioso, il cui valore cercherò di trasmettere – per quanto potrò fare – alle tante persone che si sono finora impegnate per questa realtà.

Quello che nella mia ingenuità non sapevo o comunque non avevo previsto è stata la possibilità,per me, di tornare per quindici giorni in carne ed ossa quello che per questa gente sono e che tu, ostinatamente e giustamente, hai ripetuto ad ogni visita in ogni villaggio: “il papà di Nicolò’”. Una figura e un ruolo che in Italia un pò giocoforza un pò per pudore e probabilmente un po’ per timore, tendiamo tutti a coniugare al passato. E che invece qui alla Safa, tramite tuo, è una figura tutta al presente e, se e per quanto Dio vorrà, al futuro.
Credimi, ho avuto i brividi, la prima volta che in Sango mi hai presentato con quella espressione. Poi ne ho gioito. E mi ha aiutato molto per trovare l’unico ruolo attivo che sono riuscito a svolgere in queste due settimane: mettermi in relazione con i bambini della vostra missione, passare tempo con loro, passeggiarci per mano, giocare. Superare ogni vergogna propria di quarantenne grasso bianco e biondo che comunica a gesti, ritmi, smorfie e rumori più che a parole con uno sciame di figli incolpevoli della miseria. Chissamai che anche qualcuno di loro e magari qualcuno delle loro famiglie, sia rimasto colpito dal vedere il ‘papà di Nicolò’’ stare con i bambini, scambiare con loro il più possibile relazione ed affetti, insomma cercare di trattarli come ‘persone’ come da questi parti non si usa mai fare.

Certo non mi illudo nè la retorica serve: chi degli adulti (e anche dei ragazzi meno bambini) si è rivolto a me lo ha fatto per chiedermi soldi e regali. Ma sono stato molto contento quando sei stato tu a farmi notare che il giorno della festa per la intitolazione della scuola a Nico hai visto per la prima volta intere famiglie centrafricane mangiare insieme, grandi e piccini. Lo stesso Sandro che nemmeno per un secondo (ma Titti per fortuna è invece con me...) ha voluto lasciarmi cullare nella speranza che i disegni liberi fatti dai bambini pensando a quella giornata (in prevalenza loro famiglie e famiglia di Nico, oltre a te Titti e Therese e Mauro che manco ci stavano...) fossero l’espressione del loro vissuto. “se hanno disegnato tutti la stessa cosa, vuol dire che la maestra ha detto loro cosa fare...”, mi hai disilluso con la delicatezza che solo tu sai usare..... In ogni modo, se presto o tardi anche in questo l’asilo di Nico potrà risultare un seme a dimora, non ho dubbi che il solo terreno su cui può far spuntare radici è la vostra missione. E qui vengo alla riflessione che certo è la più banale per te e probabilmente anche per chi la tua missione conosce assai meglio del sottoscritto. Ma che tale non era per me prima dell’arrivo in Centrafrica e che intendo usare come fulcro per la vostra conoscenza da parte della nostra associazione che l’asilo ha voluto non per scelta evangelica ma laicamente, appartenendo ad un mondo del tutto diverso da quello confessionale. E che ora però, bene o male, in un pezzo del vostro lavoro missionario è entrato a fare parte.

Non c’è distinzione, nell'anno di grazia 2009 in questo Paese di ultimi di questo mondo, fra scuola ed evangelizzazione. Non c’e’ altra possibilità per persone che sono da generazioni rimaste ferme alla sopravvivenza, di liberarsi da superstizioni, paure, dominio degli istinti, di prendere in mano la propria vita e la propria esistenza, se non con la mano di qualcuno che provi a dare loro l’opportunità di tentare di formare una nuova generazione che abbia strumenti dignitosi di conoscenza e coscienza, radicalmente diversi e sconosciuti dalle generazioni che sono a loro davanti. Gli uomini che mi hai mostrato attenti e sensibili esclusivamente al vino di palma, al dominio su donne e bambini, al gusto dell’esercizio di una loro autorità fondata esclusivamente sul sesso di nascita, non ce la possono fare. Le donne che lavorano, si impegnano, cercano i soldi anche per mandare i figli a scuola sono una speranza. I bambini che possono andare in scuole che tali effettivamente si possano chiamare, sono la possibilità.

Alla Safa avete fatto di questo la cifra del vostro impegno, del vostro lavoro, della vostra vocazione: con rigore, cura, meticolosità al limite dell’ossessivo e anche con durezza senza sconti a nessuno, che mi hanno impressionato parecchio. Sicuramente i costi che se ne pagano sono alti. Ma lavoro duro, tentativo incessante di formazione e preparazione di insegnanti e studenti in questa provincia sudafricana sono una scommessa che può lasciare il segno. L’investimento è a lungo periodo, senza pretese impossibili. Non sta a nessuno di cambiare il Centrafrica. Il solo fatto di dare questa testimonianza – e nel tuo caso di farlo da sacerdote – è però un’ enorme dimostrazione di fede e/o comunque di amore per la vita e per la persona, comunque la si voglia pensare. Ti sono e ti siamo grati come associazione anche per averci fatto condividere una parte di questa vostra testimonianza. Per parte nostra, cercheremo dall'Italia di portare avanti il nostro impegno per il tempo che a voi e a noi sarà dato. Con determinazione e amicizia verso te e la Safa ancora più forti. Un grande abbraccio, come quello che ti ho dato pubblicamente il giorno della festa alla scuola di Nico, facendo ridere e sghignazzare tutte le famiglie dei bambini che avevamo intorno:”Cosa è mai questa roba…?”. Eppure magari un giorno in uno dei villaggi della Safa ci sarà qualcun altro ad abbracciarsi… Già ti vedo: “E’ escluso, scordatelo…”. Avrai, come sempre, ragione. Ma tentare e sperare si può.